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LAVORO, WELFARE E CONTRATTI VANNO "UMANIZZATI"
Sono lieto di intervenire a questa giornata inaugurale del 10° Congresso della Cisl Lombardia, che con la scelta di Milano conferma la volontà di una presenza sempre più forte nel cuore della nostra regione, per rispondere insieme alle istituzioni e agli altri soggetti economici e sociali alle sollecitazioni che la realtà ci pone in questi tempi. Ringrazio per l’invito il segretario generale della Cisl Lombardia, Gigi Petteni, che mi ha preceduto con il suo appassionato intervento. Saluto anche gi altri autorevoli relatori e tutti i presenti a questi tre giorni di lavoro e di approfondimento sul tema del lavoro.
Nella bufera economica e finanziaria globale che ci ha investito in questi mesi, è più che mai urgente parlare del lavoro, e parlarne realisticamente. Non tanto del lavoro come fattore produttivo, variamente contrattualizzato e remunerato, ma del vero significato del lavoro, della sua dimensione sociale.
Per fare questo occorre riscoprire il valore di quei momenti in cui ciascuno mette in gioco la propria energia interiore, le proprie intuizioni e fantasia, in cui la distinzione fra lavoro formale, informale e gratuito perde di rilevanza, davanti alla sorprendente realtà di un’opera che prende forma e che permette di cogliere il lavoro nel suo pieno significato: actus personae, azione libera e orientata a uno scopo; un’azione che non può essere scorporata dalla realtà della persona tutta intera. «Lavorare è fare un uomo al tempo stesso che una cosa», diceva Mounier. Una concezione tradita negli ultimi tempi, in cui a strategie imprenditoriali e finanziarie di breve respiro, si è accompagnata un’idea di sé e di lavoro dal fiato corto: al centro dell’azione economica non c’era più un soggetto umano capace di vivere il lavoro come espressione del proprio desiderio di trasformare la realtà, ma un individuo che ha posto come obiettivo prioritario per la sua soddisfazione, l’arricchirsi a qualunque condizione.
Ora non sappiamo cosa succederà nei prossimi mesi, ma un fatto è certo: va riconsiderata la centralità del lavoro e dell’economia reale, dove sono le persone, con la loro creatività e operosità a generare innovazione e sviluppo.
Bisogna tornare a concepire il lavoro veramente come espressione della dignità umana, passando dalla vecchia contrapposizione tra liberalismo e socialismo, alle categorie concettuali che sentiamo appartenere alla nostra storia: solidarietà e sussidiarietà, che permettono di concepire il lavoro anche come relazione tra le persone che si aiutano vicendevolmente.
In tutte le epoche di grande incertezza, di tensione e di crisi, la ricostruzione, infatti, non è venuta da progetti grandiosi immaginati e realizzati dall’alto. È venuta dalla paziente e amorosa cura delle relazioni, attenta alla concretezza dei bisogni, consapevole della strutturale interdipendenza che lega gli uomini fra loro. I grandi monasteri, con le loro impressionanti innovazioni tecnologiche e organizzative; le grandi opere sociali; persino i monti di pietà e le banche hanno preso forma dal lavoro di uomini. A un simile lavoro ri-creativo siamo chiamati, nell’incertezza e nella crisi dell’oggi.

SINDACATI E IMPRESE CHIAMATI A NUOVE RESPONSABILIT
À
Oggi, infatti, tutti gli attori coinvolti, la politica, le imprese, i sindacati, il mondo bancario e finanziario, sono chiamati, nel rispetto delle proprie prerogative peculiari, a mettersi in gioco e a ripensare il proprio ruolo per dare un contributo costruttivo e innovativo di fronte a una situazione dalla quale nessuno può permettersi il lusso di pensare, o sperare, di poter tornare a vecchi modelli, di poter usufruire di privilegi o protezioni che hanno instillato, nell’azione e nel pensiero di molti, il germe dell’irresponsabilità, del sonno della creatività e del rischio personale. Quella attuale è una crisi, di cui è importante capire quanto sarà lunga e grave, ma dalla quale, in ogni caso, dobbiamo uscire diversi da prima, lasciandoci alle spalle vecchi dogmi dell’economia e della finanza che sono improvvisamente crollati. La vera sfida è allora la capacità di costruire una nuova visione, in cui ognuno giochi la propria responsabilità per assicurare prospettive di crescita, di fiducia e di speranza. È questo il motivo che ha spinto Regione Lombardia a rafforzare le proprie politiche di investimento, incrementando nel bilancio le spese di investimento e confermando tutti gli impegni assunti per la realizzazione delle grandi infrastrutture, convinti che esse abbiano una grande valenza anticiclica, oltre che servire a migliorare la mobilità dei lombardi e la competitività del nostro territorio.
È questo che spinge un sindacato come il vostro a scegliere la strada della responsabilità, invece di quella più facile dell’antagonismo a tutti i costi. Una scelta coraggiosa che esalta tutta l’originalità e il cambiamento culturale che è alla base della nascita della Cisl di Pastore e Romani, distinguendola da chi è ostaggio di antiche resistenze ideologiche.
Credo allora che sia un segnale importante la disponibilità della Cisl, espressa da Petteni, di assumersi responsabilità sempre maggiori, fino ad entrare nei consigli di sorveglianza delle aziende, sull’esempio di quanto già avviene in altri paesi: penso in modo particolare al caso della Lufthansa in Germania o quello che sta accadendo in America, dove il sindacato dell’auto, la Uaw, si dichiara pronto a diventare azionista di riferimento della Chrysler. Una responsabilità che anche il mondo imprenditoriale è chiamato ad assumersi in un nuovo patto reciproco, consapevole e responsabile con i propri lavoratori.
Sono lungimiranti allora le scelte di quegli imprenditori e di quei sindacalisti ­­ormai se ne contano a centinaia - che ricercano soluzioni e accordi contrattuali fondati su principi di solidarietà, che consentono di ripartire su molte spalle il sacrificio da fare, distribuendolo fra tutti, magari anche sull’imprenditore.
L’esperienza della sottoscrizione di veri e propri contratti di solidarietà si è diffusa progressivamente in tutti i settori. Simili iniziative sono di aiuto anche nel presente, perché danno sollievo alle famiglie e ai lavoratori, evitando l’insorgere di pericolose situazioni di marginalizzazione e di uscita dal mercato.
In questo senso, anche la moratoria dei licenziamenti, richiesta dal ministro Sacconi, e sostenuta dalle risorse messe in campo da Stato e Regioni, appare come la via più utile e saggia da seguire in attesa della ripresa, di cui si incominciano a intravedere alcuni segnali che inducono a un cauto ottimismo, se si considera, per la prima volta dopo mesi, la crescita del 3,5% degli ordini dall'estero, i segnali positivi che provengono perfino dagli acquisti di beni durevoli, oltre alla più generale percezione che il mercato finanziario globale stia superando le maggiori preoccupazioni di instabilità.

CAMBIA LA FILOSOFIA DEGLI STRUMENTI ANTICRISI
Servono questi progetti e idee nuove che alla fine del percorso di ridisegno del sistema, potrebbero anche rivelarsi definitive. Una dimostrazione vincente di nuove modalità per gestire gli strumenti anti-crisi viene anche dall’accordo quadro siglato tra Governo e Regioni che apre la fase attuativa di integrazione di politiche attive del lavoro e ammortizzatori sociali, e rende disponibili i fondi a favore dei lavoratori di aziende in crisi. Si tratta di una nuova, importante pagina nei rapporti tra Stato e Regioni. È la prima volta che si stipula un’intesa che comporta una gestione coordinata di risorse e progetti fra i diversi livelli istituzionali su un tema così complesso. Accanto ai 137 milioni di euro del fondo sociale europeo, già stanziati da Regione Lombardia per disoccupati, persone in mobilità e cassa integrazione, messi a disposizione con lo strumento della Dote Lavoro, sono pronte altre risorse del fondo sociale europeo di Regione Lombardia.
Abbiamo avuto dal Governo anche la certezza della disponibilità di 1,5 miliardi di euro per il biennio 2009/2010 da impiegarsi per la cassa in deroga in favore degli artigiani e delle piccole imprese di servizi da 15 a 50 persone, per un bacino stimato per ora di 12-13mila lavoratori lombardi. La legge 2/09, che ha convertito il decreto 185/09, va nella direzione da noi segnata, ampliando la platea delle persone destinatarie delle risorse di cassa in deroga, ai lavoratori con contratto a tempo determinato, ai collaboratori a progetto, agli apprendisti e ai lavoratori somministrati.
Le persone con tali tipologie contrattuali corrono, infatti, il rischio di rimanere invischiate in percorsi di instabilità professionale e le possibilità di rientrare nel mercato del lavoro possono risultare particolarmente difficoltose. Regione Lombardia vuole perciò orientare la propria politica prioritariamente a sostegno di queste fasce, pur non trascurando le altre categorie di lavoratori coinvolti nella crisi. Vanno in questa direzione anche le politiche del lavoro centrate sul welfare attivo, capaci di assicurare gli interventi necessari a sostenere la stabilità dei percorsi lavorativi. Grazie a una rete efficiente di servizi al lavoro pubblici e privati, ogni persona trova il necessario supporto nella ricerca di occupazione. Viene favorita così quell’attivazione personale, che nei più moderni sistemi di “welfare to work” accompagna sempre l’erogazione di sussidi.
È il modello in cui crediamo e su cui abbiamo già investito: nel 2008, attraverso la Dote Lavoro, circa 75 milioni di euro sono stati indirizzati alla formazione e al reinserimento dei fuoriusciti dal mercato del lavoro, con un dato confortante: il 65% delle persone coinvolte in questi percorsi ha trovato velocemente occupazione. Abbiamo investito moltissimo sulla formazione: 45 milioni di euro per la formazione continua e l’aggiornamento professionale in azienda, a cui si aggiungeranno altri 55 milioni di euro per il 2009. Tutto questo, perché il lavoro deve essere concepito come parte del processo educativo di una persona, e le imprese devono tornare ad essere il luogo privilegiato della formazione.
Tutti questi interventi sono sostenuti da altre azioni di coordinamento altrettanto importanti rispetto a tematiche più puntuali.  
Penso, ad esempio, al lavoro del nucleo operativo per le crisi aziendali, istituito presso la presidenza della Regione Lombardia, che negli ultimi mesi ha seguito situazioni di crisi aziendali anche di rilevanza nazionale (ABB di Legnano, Ex Alfa Romeo di Arese, la Legler, la Mivar, la Wind), riuscendo a individuare percorsi condivisi di soluzione o contenimento delle crisi.
Penso anche all’istituzione della cabina di regia del tavolo di interventi sociali, al quale partecipano tutti i soggetti del patto per lo sviluppo e che sta svolgendo un ruolo assolutamente prezioso.
Un ruolo significativo può essere svolto anche dagli enti bilaterali. Regione Lombardia, in una logica di sussidiarietà e cooperazione, punta a sviluppare la collaborazione con questi enti per integrare, nell’immediato, le risorse a disposizione dei lavoratori in difficoltà e per rendere stabile, nel lungo periodo, questo sistema di cooperazione. Una bilateralità che nasce e si rafforza, come ha ricordato Petteni, all’interno di una cultura di mutualità e, soprattutto, è figlia legittima della contrattazione, di quella contrattazione diffusa e specifica che estende le tutele e i servizi a tutti i lavoratori.
A questo proposito, credo che questa crisi sia anche l’occasione per alcune riflessioni anche in tema di contratti. Se infatti è vero che il lavoro è espressione della dignità umana, qualcosa di necessario allo sviluppo della personalità umana, allora occorre un nuovo sistema contrattuale, dove il baricentro sia finalmente e con decisione spostato lì dove si produce, mediante una contrattazione decentrata di secondo livello.

DAL WELFARE STATE AL WELFARE COMMUNITY
L’attuale momento è anche un’occasione da sfruttare per ripensare un nuovo modello di welfare, che sia in grado di superare il modello di stato sociale della seconda metà del Novecento, ormai incapace di garantire in modo adeguato i propri servizi. A questo proposito, credo che sia sempre più urgente partire dall’assunto che le politiche sociali costituiscono ormai un elemento imprescindibile per la competitività del sistema economico.
Si tratta, quindi, di dare spazio a una visione fondata sulla necessità di integrare le politiche economiche con quelle sociali, che capovolge il principio di assistenza ascensionale e solidarista  del vecchio welfare state, in nome di una welfare community che promuova e tuteli il principio del merito, della mobilità sociale e della libertà di scegliere. Un welfare, non semplicemente compassionevole, ma anche e soprattutto “responsabile”, nel quale riconoscere uno spazio di intermediazione sociale alla famiglia, ai corpi intermedi e alla comunità. Con la nuova legge di riforma (legge regionale n. 3/2008 “Governo della rete degli interventi e dei servizi alla persona in ambito sociale e sociosanitario”) Regione Lombardia ha determinato un definitivo scostamento rispetto al tradizionale welfare state. Siamo ormai passati a un nuovo paradigma, attraverso la definitiva istituzionalizzazione del principio di sussidiarietà. Ciò ha portato, e ancor più porterà, a una crescente capacità di risposta ai bisogni, sia in termini quantitativi sia in termini qualitativi, con l’offerta di livelli di prestazioni sociali e sociosanitarie ulteriori, rispetto a quelli essenziali previsti dal legislatore nazionale.
Lo abbiamo fatto mobilitando tutta la società e modificando il ruolo del pubblico: non più erogatore direttore, ma attore di governo del sistema. Si tratta di un mutamento epocale, non soltanto in campo socio-assistenziale, ma anche nella sanità, nelle politiche per l’istruzione, per la formazione e per il lavoro.
Siamo intervenuti inoltre a sostegno delle famiglie, convinti che la politica famigliare deve essere sempre più concepita come un investimento che concorre al rilancio della competitività del sistema, e non come spesa sociale improduttiva. Una filosofia che ha guidato in questi anni Regione Lombardia, che ha sempre riservato una particolare attenzione ai bisogni delle persone e delle famiglie, allo sviluppo dei servizi, a una più efficace articolazione dei tempi sociali, al miglioramento delle condizioni di lavoro, affinché il lavoro e la famiglia non siano concepite come due opportunità alternative.
Vanno in questa direzione il nuovo voucher a favore delle famiglie numerose, i nuovi interventi per la conciliazione dei tempi di cura e di lavoro, le forme di integrazione del reddito per prolungare il congedo parentale o ridurre l’orario lavorativo, i contributi per l’acquisto di beni di consumo per la prima infanzia.
Le condizioni del mercato immobiliare, rese ancora più drammatiche dalla crisi, e la frammentazione delle categorie di reddito personali e familiari, hanno posto ancora al centro del dibattito il problema della casa, che rappresenta, oltre che un diritto, un bene irrinunciabile che abbiamo il dovere di difendere.
Occorre ripensare un nuovo modello di housing sociale incentrato non sulla risposta standardizzata al bisogno, ma sulla creazione delle condizioni affinché ogni persona, vi possa rispondere responsabilmente e in autonomia, sostenendo fondazioni di diritto privato, associazioni di utenti, cooperative a proprietà indivisa.
Di fronte a un bisogno abitativo in costante espansione e sempre più complesso, nella consapevolezza che una pluralità di esigenze si può meglio affrontare con la partnership di una pluralità di soggetti, ancora una volta dobbiamo infatti avere come obiettivo la solidarietà e la libertà, l’approccio realmente sussidiario come metodo e la responsabilità come strumento.

SEDIAMOCI AL TAVOLO DELLE REGOLE
Per non restare inermi di fronte al presente e tornare ad avere fiducia nel futuro, le istituzioni sono chiamate a rispondere alle esigenze che emergono dalla società, con il pieno e reale coinvolgimento dei corpi intermedi, attraverso quel metodo parternariale, che in questi anni ha caratterizzato anche il rapporto con la vostra realtà, per affrontare insieme i problemi e le opportunità più immediate.
Penso per esempio al problema di Malpensa, rispetto al quale siamo tutti sollecitati a  valutare il quadro di scenario e le soluzioni da intraprendere, a partire dal reale interesse e quindi anche dalla disponibilità a investire su Malpensa da parte di tutti soggetti interessati a mantenere una risorsa indispensabile per la competitività del nostro sistema economico, il cui ridimensionamento sta avendo anche un rilevante negativo impatto occupazionale.  Ma penso anche all’Expo, che rappresenta una grande occasione di sviluppo non solo per la nostra regione ma per l’intero territorio nazionale. Regione Lombardia sta facendo fino in fondo la propria parte per la piena riuscita di Expo, impegnandosi a mettere in atto progetti condivisi anche con le altre Regioni, per realizzare un evento che rimanga scolpito nella memoria dei milioni di visitatori che verranno.Ribadisco, infine, la mia intenzione di istituire un tavolo delle regole con imprenditori, sindacati, tutti i soggetti del patto per lo sviluppo, che abbia la finalità di individuare e condividere regole nuove, interventi speciali da attuare per l’intero sistema economico e sociale lombardo.
Vi invito, dunque, in questi giorni a rifletterci per suggerire proposte, idee e progetti che vadano in questa direzione, certo che il vostro contributo costituirà un apporto fondamentale.


Milano 22/04/2009 | Economia

Manifestazione: 10° Congresso Cisl

 
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